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Damir Ivic

Intervista con Damir Ivic: “mi è sempre piaciuto creare ponti tra situazioni diverse”

Damir Ivic è un giornalista, cultore ed esperto di musica elettronica e non solo. Scrive per il magazine online Soundwall, fa il consulente per grandi marchi quali Red Bull e Molinari, ed ha intervistato grandi artisti fra cui Laurent Garnier, A Guy Called Gerald, Lory D, Karl Hyde (solo per citarne alcuni). Assiduo frequentatore di festival ed eventi musicali mondani, lo abbiamo visto ritratto accanto a tanti grandi musicisti. Una persona molto interessante, gentile e disponibile. Ci siamo fatti un gran bella chiacchierata e abbiamo scoperto molte cose interessanti su di lui e sulla sua carriera.

 

Damir Ivic Velvet Culture Festival
Damir Ivic al Velvet Culture Festival

 

È sempre stato il tuo sogno essere un giornalista?

Per certi versi si, fin da quando ero piccolo è sempre stata una cosa che mi è piaciuta parecchio. Ci sono anche stati degli strani segni del destino. Avevo iniziato a scrivere per il quotidiano della mia città natale, La Cronaca di Verona; la settimana in cui avrebbero dovuto iniziare a pagarmi, simbolicamente importante, l’editore decise di sospendere la pubblicazione. Il secondo segno del destino, qualche anno più tardi, fu quando tentai di entrare nella scuola di giornalismo Rai di Perugia, la scuola post universitaria più qualificante per il giornalismo. 25 posti, più di 700 candidati. Ovviamente io arrivai 26°.

 

E poi cos’è successo?

Negli anni Novanta tutti facevano i rapper, compreso me (nonostante fossi scarsissimo). AL Magazine, la bibbia della scena hip hop italiana di quegli anni, aveva iniziato una serie in cui raccontava le scene hip hop cittadine. Aveva contattato il DJ del gruppo dove rappavo, nonché DJ Zeta, e decidemmo che tutti i contatti dei giornalisti e dei media sarebbero passati da me. Scrissi l’articolo e fu molto apprezzato; venni contattato da Paola Zukar, la Vice Direttrice della redazione. Passai 3 ore a convincerla che non facevo a caso loro perché detestavo la linea del giornale, lei invece passò 3 ore a convincermi che ero perfetto. Alla fine mi lasciai convincere, e nel giro di 6 mesi entrai a lavorare part-time in redazione.

 

Com’era fare il giornalista quando hai iniziato?

Erano ancora i tempi pre internet. Un giornalista in erba doveva andare a bussare alle porte delle redazioni per farsi conoscere, ed è quello che iniziai a fare anche io. La cosa più divertente di quei tempi è che gli articoli andavano dettati al telefono. Mi ricordo di una volta in cui andai ad un concerto di Ice-T e Public Enemy; i nomi americani che dettai alla dimafonista vennero trascritti tutti completamente sbagliati. L’articolo che uscì per certi versi era interessante e decente, per altri veramente orribile.

 

Argomenti sempre molto attentamente ciò che scrivi. Da dove deriva il tuo sapere?

Sono ormai più di 20 anni che scrivo di musica e, soprattutto, una volta compreso che con il solo giornalismo musicale non sarei riuscito a mantenermi, mi sono ritrovato ad avere davvero molti compiti diversi nell’industria musicale. Per il tipo di competenze che ho acquisito nel tempo, quando vado ad un evento non presto attenzione solo alle performance degli artisti, ma noto tutta una serie di dettagli che fanno avere una visione a 360°: l’affluenza, i guadagni e le perdite, l’organizzazione della sicurezza, il numero di transenne e via dicendo. Di sicuro ho un approccio un po’ più globale rispetto ad altre persone che non si sono ritrovate ad avere dei compiti così variegati come invece è successo a me.

 

Damir Ivic & Lory D © Mauro Puccini

 

Quali altre professioni hai svolto nel mondo della musica?

Ho iniziato ad accompagnare artisti nel 2002, persino David Guetta prima che diventasse super famoso. Sono stati centinaia e centinaia. Sono stato anche Tour Manager, di Robert Hood per esempio. Non sono mai stato Promoter, non ho mai organizzato nulla. Ho fatto e faccio tuttora da consulente per aziende come Red Bull, a partire dal 2004, e Molinari nei festival musicali. Anche questo è molto utile, ti permette di avere la visione del marchio; devi trovare il modo di tradurre le istanze sia artistiche che commerciali, riuscendo a farle convivere sotto lo stesso tetto. Non è una cosa semplicissima (ride).

 

Com’è stare così vicino agli artisti?

Ti da modo di avvicinarti a loro e conoscerli non come giornalista ma come persona che lavora per loro e deve far sì che in serata tutto sia perfetto; sei il trait d’union tra il promoter e il musicista. Ovviamente è il modo perfetto per raccogliere un sacco di aneddoti, ma molti di questi devono rimanere assolutamente segreti. Se vuoi essere considerata una persona rispettabile devi sapere quello che puoi e non puoi raccontare in giro. Ci potrebbe essere un vantaggio all’inizio, ma alla lunga si perderebbe ogni valore e credibilità.

 

A livello giornalistico, di quale genere musicale preferisci trattare?

Ci ho sempre tenuto tantissimo a scrivere di più generi e ascoltare diversi tipi di musica, quelli che sono mono manicali su un genere solo mi annoiano (vedi la mia discussione con Paola Zukar). Il mio grande paradosso è che la musica con cui sono cresciuto, che forse amo di più è la musica di cui non ho scritto quasi mai: il Jazz. Ho anche scritto un libro sulla storia del rap in Italia, ero in mezzo alla scena e negli anni ’90 era la cosa più interessante e più nuova nel panorama musicale. Per lavoro mi sono ritrovato a scrivere su giornali anche molto mainstream, e mi sono divertito moltissimo a intervistare artisti come Raf, Paola e Chiara e Max Pezzali. Mi è capitato davvero di tutto, persino di dover scrivere la recensione di un disco, sia positiva che negativa, per lo stesso giornale. E si, l’ho fatto.

 

E la musica elettronica?

La musica elettronica mi è sempre piaciuta, fin da quando era quasi sacrilego essere appassionati di musica alternativa e ascoltare musica elettronica. Ricordo quando avevo comprato lo stesso giorno, nello stesso negozio, nello stesso momento il live dei Faith No More ed il primo disco dei Deee-Lite. La gente attorno a me era sconvolta, non capivano come potessi comprare i due dischi insieme. In Italia nei primi anni ’90 era molto strano apprezzare la musica elettronica, era piuttosto alternativo.

 

A livello personale invece, quale genere musicale apprezzi di più?

Il Jazz è sicuramente quello che mi colpisce di più. Ci sono alcuni tipi di Jazz, il filone Norvegese per esempio, che mi fanno davvero commuovere. I miei ascolti però sono piuttosto variegati, questo mi permette di scrivere di più generi senza troppe difficoltà.

 

Damir Ivic Laurent Garnier r12school r12
Damir Ivic & Laurent Garnier alla r12 School

 

Qual è l’articolo o intervista di cui vai più fiero?

 Eheh questa è una gran bella domanda. Tutte le volte che ho incontrato Karl Hyde, il cantante degli Underworld, sono venute fuori delle interviste letteralmente pazzesche. Vado molto fiero anche dell’intervista che ho fatto con Laurent Garnier. Inizialmente era piuttosto sulle sue, ma sono riuscito a trovare la chiave psicologica giusta per conquistare la sua fiducia ed il risultato è stata un’intervista davvero divertentissima. Tricky è un altro artista con cui sono venute fuori sempre cose incredibili. L’alchimia fra di noi è inspiegabile, un anno venni persino assunto da un festival per fargli da babysitter, si era sparsa la voce che con me diventava buono.

 

Quale invece vorresti ripetere, e perché?

Alcune interviste andate male non le vorrei ripetere perché alcuni artisti per motivi personali hanno sbroccato nel mezzo dell’intervista e non mi sento di assumermi la colpa. Paradossalmente, ci sono alcuni amici, come DJ Ralf o Max Casacci dei Subsonica, con cui sono uscite fuori delle belle chiacchierate, ma sono talmente amici ed io li stimo talmente tanto che alla fine il risultato non mi ha soddisfatto. Questo anche perché personalmente ci tenevo a fare un lavoro bellissimo.

 

C’è un artista in particolare che vorresti assolutamente intervistare?

Sinceramente non lo so. Quelli che ti interessano sono tanti e nessuno, non ho più degli idoli assoluti che vorrei incontrare e che vorrei assolutamente intervistare. Ci sono dei desideri che cambiano di volta in volta, paradossalmente mi interessano tutti. Nell’ultimo periodo una delle interviste che più volevo fare e che più sono contento di aver fatto è quella con Enrico Sangiuliano. Per quanto non sia una super star, era il tipo di artista che volevo intervistare in quel momento, e soprattutto in quell’istantanea della sua carriera. Sono contento di averlo beccato appena prima che salisse sulla cresta dell’onda, ora sarà un po’ diverso.

 

E un argomento di cui vorresti assolutamente parlare?

Ho scritto troppo poco, quasi nulla, di sport. È una delle mie passioni, ma purtroppo non mi è capitato quasi mai di scriverne. Per quanto riguarda la musica, non vorrei sembrare presuntuoso ma in tutti questi anni credo di aver scritto – quasi – di qualsiasi cosa. Anche perché mi piace spaziare, creare dei collegamenti, tentare di avere un approccio anche un po’ sociologico alle questioni. Mi sono ritrovato a parlare di molta fuffa, ma anche a toccare diverse prospettive.

 

Damir Ivic, Rame & DJ Kisk di Apparel Music a Radio M2O

 

Cosa ti piace della tua scrittura?

Mi piace essere imprevedibile, mi piace far comunicare vari mondi. Mi piace il fatto che per molto tempo ero visto come un soldato dell’elettronica, intellettuale, intelligente (…), quando in realtà a me è sempre interessato tutto. Dal Time Warp fino al Terraforma, tentando di unire questi mondi, trovare un filo comune, e anche le cose che non sono assolutamente riconducibili ad una stessa matrice. Creare dei ponti tra situazioni diverse è una cosa che mi è sempre piaciuta parecchio.

 

Raccontaci un aneddoto divertente

Qualche anno fa ho lavorato all’ultima data dei Blur a Milano. Questi eventi hanno dei ritmi massacranti, ricordo di non essermi mai fermato per oltre 23 ore. A 2 ore dalla fine del concerto, mentre ero a sedere nel backstage, stanco e un po’ stufo di tutto, Damon Albarn venne a sedersi accanto a me, tentando di attaccare bottone per fare due chiacchiere. Io lo liquidai senza troppe parole e me ne andai. Non ci volle molto per rendermi conto della cazzata fatta.

 

Cosa ne pensi della scena musicale elettronica attuale italiana?

Quella italiana sta bene. Se prima era molto avvertibile che noi fossimo la provincia dell’impero, e c’era un distacco percettibile fra noi e l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda, credo che negli ultimi 5/10 anni il livello medio e anche il gusto medio in Italia sia cresciuto moltissimo. Si è omologato con quelli che sono i migliori standard europei. I problemi sono altri e diventano molti lunghi da descrivere, dal periodo difficile che sta vivendo il clubbing, ai problemi che ci sono a livello legislativo, problemi amministrativi che impediscono di fare l’imprenditore della club culture in maniera sana e tranquilla. Però a livello artistico in Italia siamo arrivati ad un livello piuttosto alto.

 

E di quella internazionale?

Sono un po’ stufo di questa fare di grandissimo amore per le sonorità revival, disco, soul anni ’70. A livello di mio gusto personale, questo eccessivo indulgere sugli originali a me non fa impazzire. Credo che questo ciclo sia arrivato al suo limite; lo stesso Dekmantel, il festival che al momento un po’ detta la linea, ho notato che è tornato a fare cose più varie ed essere meno legato a quel filone. Artisti come Antal e Hunee possono suonare davvero qualsiasi cosa, ma mentre prima spesso facevano set con vinili vecchi, noto che stanno variando sempre di più.

 

Damir Ivic, Gemello & Sine allo Spring Attitude Festival

 

Scrivi spesso di eventi musicali a cui la maggior parte delle volte vai di persona. Qual è (stato) il tuo preferito?

Il Sónar. Quest’anno è stato il mio 18° Sónar di fila. Al di là delle scelte artistiche, che sono sempre interessanti, è riuscito a creare una comunità di belle persone e soprattutto di persone non modaiole. È un festival dove vedo un sacco di fricchettoni intelligenti e pochissimi hipster, è una cosa che mi piace molto. Parliamo di un festival che fa più di 100 mila persone, c’è davvero un po’ di tutto ma il core in qualche maniera è ancora sano. Vedi persone di tutte le età, il cinquantenne che ha iniziato con i primi Sónar e continua a venire, e la persona vestita strana, ma non per farsi fotografare come accade in altri festival, diventati quasi una moda. Il Sónar è diverso, riesce a mantenere un’originalità di fondo data da molti fattori, chiaramente la line up è uno di questi, ma non l’unico. Sono molti i motivi per cui sono affezionato a questo festival, non è solo inerzia (ride).

 

Quest’anno il Sónar è stato un po’ al centro delle polemiche. A partire dalla line up molto trap.

Mediamente a me la trap non piace, ma trovo che sia un fenomeno troppo importante per essere ignorato quindi è giusto che venga rappresentato. Nonostante non mi piaccia personalmente, mi piace invece l’idea che un festival come il Sónar sia abbastanza curioso da andare a chiamare artisti di quest’aerea. Esattamente come lo scandalo per Skrillex quando stava esplodendo la scena dell’EDM. Come già detto prima, a me piace creare ponti e confrontarmi con realtà diverse. Sono contento che ci sia un festival che ti riesca a spiazzare e sorprendere. Musicalmente nella trap nessuno mi ha particolarmente colpito e tutte le performance sono state piuttosto deludenti.

 

E cosa ne pensi del tanto criticato cavallo di Cecilio G?

Sono abbastanza vecchio da ricordarmi quando questa cosa la faceva Jimi Tenor anni fa. Solo che lui usciva su Warp, andava bene a tutti e non si lamentava nessuno. Farne sopra una polemica da un punto di vista animalista mi sembra francamente eccessivo.

 

Sui tuoi profili social i dibattiti sono spesso piuttosto accesi. È una cosa che ti piace e ti stimola? O preferiresti poter esprimere le tue idee senza doverti necessariamente confrontare con chi la pensa diversamente da te?

Io questa cosa la voglio, mi è molto utile, per più motivi. Chi la pensa diversamente da me mi pone di fronte ad un’opinione diversa e questo è sempre uno stimolo. Chi esprime la sua opinione in maniera aggressiva mi costringe a difendermi bene e stare molto attento a come mi difendo, ed è una sorta di allentamento. Chi invece è d’accordo con me e dimostra il suo apprezzamento mi fa piacere perché è bello che questo accada, mi da un’ulteriore motivazione per scrivere. Questi due fattori insieme fanno una situazione win-win e per me è assolutamente positivo. Facebook per me è stato utilissimo, mi è tuttora fondamentale perché mi permette di capire qual è lo spirito del tempo, non solamente nella musica. Ti fa perdere un sacco di tempo e certe volte perdi proprio il senso delle proporzioni, perché ti sembra più importante un thread su Facebook che la vita reale, ma se lo usi con la testa ci metti un attimo a ritrovare il giusto assetto. Ritengo che siano più gli aspetti positivi rispetto a quelli negativi per quanto riguarda l’avvento dei social nelle nostre vite.

 

Damir Ivic & Raffaele Attanasio a LePark

 

Vorresti continuare a scrivere per sempre?

Non lo so. La vita è talmente imprevedibile che non vedo la scrittura come un’esigenza artistica insopprimibile, come una cosa assolutamente indispensabile. Di sicuro mi diverto a scrivere e mi diverto ad avere un’opinione ragionata. Finché mi diverto va tutto bene. Magari fra 3 mesi avrò l’illuminazione e capirò che quello che voglio fare nella vita è sfornare pizze e va bene. In realtà il lavoro dei miei sogni ce l’ho già, e l’ho sempre avuto, ed è fare il tassista. Adoro guidare e questo sarebbe in assoluto il lavoro dei miei sogni.

 

Un augurio che vorresti fare al Damir del 2030?

Al me del 2030 auguro di non dover avere paura a come si arriva e non arriva a fine mese. È molto poetico da dire, ma in tutti questi anni ho sempre scelto la libertà, ho lavorato da freelance, unicamente con persone che mi piacevano, e questa è una grandissima soddisfazione che potessi tornare indietro non cambierei mai. A livello artistico che la trap si estingua ahaha! Scherzo, la trap può continuare ad esistere, però vorrei che si riuscisse a tornare allo spirito per cui la musica è il veicolo per le persone che vogliono cambiare il mondo e migliorarlo. Oggi i dischi degli anni Novanta possono sembrare quasi ingenui, sloganistici, infantili sotto molti punti di vista, però c’era la cazzimma, la voglia di credere in un cambiamento possibile, reale, concreto. Vorrei che nel 2030 tornasse quest’attitudine per essere anche più motivato nella vita di tutti i giorni. Quando lavori e pensi che il tuo lavoro possa aiutare ad avere un mondo migliore attorno a te sei molto più motivato.

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