Eccoci qui, ancora in gioco, con un nuovo anno davanti a noi. Il 2026 si sta delineando come un anno spartiacque per la musica elettronica. Tra il ritorno di connessioni autentiche e la nascita di community reali, l’onnipresenza degli influencer e la lotta per tenere club e serate accessibili a tutti, i trend cambiano alla velocità della luce.
Quindi, cosa c’è dopo? Cosa vuole il pubblico? Dove vanno i budget? E, cosa più importante, dove stanno andando i big? Ne abbiamo parlato con alcune figure chiave della scena per capire quali, secondo loro, saranno le forze che segneranno il 2026. Preparati a un’immersione profonda nel futuro della musica elettronica.
Autenticità e strategia, prima della line-up “da copertina”
In un mercato ormai saturo, dove ogni weekend è densissimo di headliner internazionali, le lineup non rappresentano più l’unico fattore di richiamo. Ariana Díaz (Agency Director & Founder di Good2b) intravede un netto cambio di rotta: la comunicazione degli eventi si sposterà sempre più verso una “contestualizzazione culturale”. Spiega infatti:
“Nel 2026, il focus si sposterà dall’hype momentaneo alla costruzione di legami a lungo termine. Gli eventi si trasformano in veri e propri atti culturali e l’autenticità diventa il nuovo standard. Non ha più senso rincorrere l’algoritmo: il pubblico cerca trasparenza, verità e una comunicazione che abbia un’identità precisa. Le persone vogliono sentirsi parte di qualcosa di più grande.”
Díaz prevede una crescita dei contenuti cosiddetti “slow”: momenti behind the scenes più intimi, dialoghi aperti sulla salute mentale e processi creativi trasparenti. L’obiettivo è mostrare il “dietro le quinte”, il duro lavoro necessario per costruire una scena, creando così connessioni più profonde. La domanda rimane: i promoter e gli artisti sono davvero pronti a mostrare la gavetta, e non solo la gloria?
Come sottolinea anche Bugsy (DJ/Art Director di Take It Easy – Arca): “Visibilità e numeri continueranno a dominare lo spazio digitale, ma il valore reale tornerà a gravitare attorno alla musica, alle esperienze condivise e agli spazi fisici. Una nuova generazione di promoter sta già privilegiando l’identità rispetto all’hype, sviluppando progetti a lungo termine basati sui propri resident e su visioni musicali coerenti”.
Il segreto? Organizzare eventi che coltivino qualcosa di profondo. Il momento è adesso: il pubblico non cerca più una semplice serata fuori, ma vuole riconoscersi in un vero movimento culturale.
Underground e mainstream: due mondi in continua contaminazione
Che cosa definiamo oggi come underground? E cosa è davvero autentico? È il dilemma infinito del nostro settore. Eppure, il confine tra underground e mainstream si sta facendo sempre più labile, e non è necessariamente un male. Dylan Feuvray (Artist Booker di Interwave / Yoyaku) prevede un aumento dei B2B, un ritorno prepotente del vinile e dei live set, con artisti di nicchia che iniziano a conquistare palchi sempre più grandi. Come spiega lui stesso:
“Esistono realtà come Yoyaku che mettono la cultura del vinile al centro, educando le nuove generazioni all’arte del digging. Al tempo stesso, collettivi come Slapfunk, Giegling o Jigit portano in consolle artisti che arrivano ancora con le borse cariche di dischi. C’è anche una rinnovata attenzione per le performance dal vivo, con un numero crescente di DJ che integrano drum machine, synth e setup ibridi.”
Sembra che la scena stia ritrovando le proprie radici e ciò che la rendeva speciale alle origini, pur aprendosi a nuove contaminazioni.
Tuttavia, il cambiamento è innanzitutto di mentalità. Nicolas Bucci (Co-founder di Kiosk Radio) sostiene che la scena debba farsi più consapevole e, in un certo senso, sovversiva:
“Il mondo della musica elettronica deve iniziare a smarcarsi dalle piattaforme mainstream per sostenere attivamente alternative che mettano l’artista al centro. Questo cambiamento deve essere bilaterale: gli artisti già affermati dovrebbero assumersi il rischio di collaborare con realtà indipendenti — non solo promoter, ma anche etichette e management. Parallelamente, il pubblico deve tornare a supportare quei club e festival che mettono al primo posto la proposta musicale e il valore dell’artista.”
Parità di genere? Leadership non passa solo dalle line up
Le donne non sono più solo una presenza simbolica nelle line up dei festival: oggi sono in prima linea nel guidare il cambiamento. Violeta Falgas, Jeanne Tendero e Thea Bringa, fondatrici di Jefas, hanno una visione molto chiara:
“Non si tratta solo di ottenere visibilità in line up studiate a tavolino per apparire ‘cool’ o progressisti: nel 2026, vedremo sempre più donne ricoprire ruoli decisionali come manager, direttrici di etichette e festival, booker e fondatrici di realtà indipendenti.”
Il settore si sta finalmente accorgendo dell’importanza della leadership femminile, ma una cosa è certa: le donne continueranno a fare rete tra loro con una forza senza pari. Non è un semplice slogan d’effetto, ma la vera colonna portante di questo movimento: una crescita costante che si autoalimenta attraverso la collaborazione, la mentorship e un profondo senso di comunità.
Speculazione edilizia vs nightlife: la battaglia per gli spazi urbani
Mentre le città cambiano volto, la pressione sui luoghi dedicati alla vita notturna si fa sempre più soffocante. Quanti dancefloor dove abbiamo passato notti infinite sono ormai scomparsi, fagocitati dal cemento? Eppure, Lutz Leichsenring (Founding Partner di VibeLab) intravede uno spiraglio affinché il clubbing possa tornare a reclamare il suo posto nel cuore delle metropoli:
“Il declino del modello delle aree a compartimenti stagni, apre la strada a venue flessibili e multifunzionali, radicate nel tessuto culturale locale e capaci di rigenerare i centri urbani portando nuova linfa alla vita notturna. Ma questo potenziale potrà realizzarsi solo se chi rappresenta la nightlife siederà finalmente ai tavoli decisionali, garantendo che gli spazi culturali non vengano sacrificati in nome di uno sviluppo guidato unicamente dal profitto.”
Le città sapranno finalmente accogliere la vita notturna come parte integrante del proprio patrimonio culturale, o lasceranno che la speculazione edilizia la spinga definitivamente ai margini?
Esperienze reali, non “fabbriche di contenuti”: il ritorno all’autenticità
I social media saranno anche un male necessario, ma stanno trascinando la scena in una frenesia guidata dai contenuti che fa perdere di vista il punto centrale. Fake follower, artisti costruiti a tavolino come prodotti da scaffale… sappiamo tutti di chi stiamo parlando. Marco Cariola (Content Creator) fotografa così la situazione:
“Non conta più chi suona meglio, ma chi riesce a farsi notare in 15 secondi. Una parte della scena ha smesso di percepirsi come cultura e ha iniziato a comportarsi come mero contenuto. Il problema non sono i social in sé, ma il fatto che siano diventati l’obiettivo finale invece che un semplice strumento.”
Ma non tutto è perduto. Tra le nuove generazioni sta emergendo una tendenza che fa ben sperare. Come osserva Onomé Sarawi (Co-owner di VBX e Programmer al Lofi Amsterdam):
“Il pubblico, soprattutto la Gen Z, non cerca più solo ‘una festa’: vuole un’esperienza. Parlo di notti immersive, un forte senso di comunità, boutique festival e format più consapevoli che non ruotano necessariamente attorno all’edonismo più sfrenato. In un mondo saturo e dominato dagli algoritmi, l’underground ha un vantaggio enorme: le persone hanno fame di serate che sembrino autentiche, curate e, soprattutto, umane.”
È esattamente questa la direzione in cui stiamo andando. Assisteremo a una “correzione di rotta”: dai “DJ da Instagram” e dai momenti pensati solo per lo smartphone, si tornerà a una programmazione che mette al centro l’esperienza vissuta. Si punterà su club più intimi, una curatela artistica più forte e comunità fatte di persone che vogliono conoscersi davvero, non solo filmarsi. Georgia McDonnell-Adams (Founder di Satori Inc.) lo spiega perfettamente:
“La notte è già scivolata nel giorno — tra day rave, sauna party e morning party — e la prossima sfida è riportare la filosofia del giorno dentro la notte. Avremo una nightlife più sicura, accogliente e accessibile, che non dipenda obbligatoriamente da biglietti da 40 € o dalla resistenza fisica fino alle tre del mattino.”
Il dancefloor è, prima di tutto, uno spazio sociale: proteggiamolo e trattiamolo come tale.
La creatività incontra l’accessibilità
La tensione tra spinta creativa e accessibilità tecnologica è destinata a farsi più intensa nel corso del 2026. Mentre chi suona e produce tra le mura di casa chiede sistemi sempre più performanti e integrati, la domanda sorge spontanea: è possibile mantenere viva l’essenza dell’arte musicale senza “annacquarla” per il mercato di massa? Rob Anderson (EMEA Product Planning Manager di AlphaTheta) va dritto al punto:
“In AlphaTheta, il nostro approccio si è evoluto: non puntiamo più solo su prodotti standalone, ma sulla progettazione di ecosistemi aperti e future-proof. L’obiettivo è supportare l’intero percorso creativo dell’artista, dai primi esperimenti in cameretta fino alle performance professionali sui palchi più importanti del mondo.”
Una cosa è certa: il 2026 non accetterà il solito vecchio copione. La scena corre veloce: sei pronto a evolvere o sei rimasto bloccato al 2025?